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MEMORIE
Agosto 1944
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Intervento dell'onorevole Andrea Martella in occasione della commemorazione tenutasi a Blessaglia il 1° dicembre 2019 (parte 1a)
      Signori delle Autorità, care amiche e cari amici, cari ragazzi, uno dei più grandi poeti del Novecento, Jorge Luis Borges, scrisse una volta che “è la memoria che ci fa esistere: senza di essa ci si avvia verso una sorta di amnesia finale in cui non sappiamo più da dove siamo venuti, che cosa ci ha segnato, e in definitiva chi siamo stati”.
Ecco, noi oggi siamo qui a Blessaglia di Pramaggiore, di fronte a questo monumento – ed io vi ringrazio per avermi invitato ad essere con voi in una giornata così particolare – proprio perché sentiamo forte il dovere di ricordare. Di non dimenticare il cammino che il Paese e le nostre istituzioni hanno compiuto.
E quanto furono duri, e dolorosi, i passi compiuti in quel tempo buio per riconquistare ciò che di più caro esiste, per una persona e per un popolo intero: la libertà. Quella persa a causa di una guerra sciagurata voluta dal regime. Una guerra iniziata con promesse solenni di gloria e di benessere e finita nel modo più doloroso ed umiliante.
Con il nostro esercito in rotta. Con metà del nostro territorio nazionale occupato da una forza straniera guidata da un’ideologia fatta di razzismo e di antisemitismo, di odio e di volontà di dominio. Con tutta una popolazione sottoposta a privazioni e stenti, a sofferenze e lutti.
Ne sono testimonianza, purtroppo, i fatti avvenuti anche in questa terra nei durissimi mesi che separarono l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre, l’inizio della Resistenza, e il momento della Liberazione. Oggi ne ricordiamo uno terribile, crudele, in cui persero la vita otto partigiani. Catturati, interrogati e torturati, giustiziati in modo barbaro: impiccati agli alberi che costeggiavano la via Postumia, con la popolazione radunata a forza e costretta ad assistere.
Prima sei, il 27 novembre del 1944. Poi altri due, pochi giorni dopo, il 2 dicembre. Esattamente settantacinque anni fa. Avevano dai 18 ai 27 anni. E poiché ogni vita umana è unica e irripetibile, non è mai un numero, non è mai una statistica, è giusto ricordare anche oggi i loro nomi: si chiamavano Giodo Bortolazzi, Flavio Luigi Stefani, Casimiro Benedetto Zanin, Michail Zinowsky, Giuseppe De Nile, Bachisio Pau, Angelo Antonio Cossa e Alfredo Fontanel.
La loro è la storia di una generazione, di tanti giovani che ebbero il coraggio di fare una scelta che avrebbe cambiato la vita loro e dell’Italia. La storia di tante ragazze e tanti ragazzi che scelsero di non lasciarsi vivere, di non pensare alla vita come una chiusura in se stessi. Avevano diversi ideali, erano partigiani comunisti e socialisti, azionisti, cattolici, liberali, anche monarchici.
Ma tutti fecero quella scelta, pagando in prima persona, perseguitati e condannati nelle carceri fasciste, torturati e uccisi. E non scordiamo mai che ci furono moltissimi altri ragazzi come loro, in divisa, che scelsero di non cedere le armi e per questo persero la vita, come accadde per la divisione Acqui a Cefalonia, o per i marinai della corazzata “Roma”. Lo ripeto: non possiamo e non vogliamo dimenticare.
Per questo siamo qui oggi. Per ricordare quel che accadde settantacinque anni fa. Insieme alle SS, a compiere eccidi come questo, spesso c’erano anche degli italiani, come quelli appartenenti alle brigate nere di San Donà di Piave e di Portogruaro. Alcuni erano molto giovani, è vero. Alcuni scelsero la Repubblica di Salò in buona fede, è vero. Ma questo non diminuisce la colpa e la gravità delle loro azioni.
E allora oltre a sapere, è necessario distinguere. La verità storica non si cambia, non si può cambiare: da una parte c’era il bene, dall’altra il male. Da una parte c’era chi lottò per restituire al nostro Paese quella libertà di cui oggi godono tutti gli italiani indistintamente: partigiani, soldati, civili, sacerdoti come Don Luigi Peressutti, che tentò fino all’ultimo secondo di convincere gli ufficiali delle SS a risparmiare le vite dei prigionieri. Dall’altra c’era chi scelse, con Salò, la Germania hitleriana, la collaborazione nelle deportazioni, nello sterminio degli ebrei, nelle stragi.
Le nostre radici, il senso profondo della nostra identità e della nostra unità nazionale sono lì, in quel tempo. Dalla spinta verso la libertà e la democrazia che animò la scelta di tanti giovani nacque la Repubblica. Grazie a uno spirito di concordia e ad un senso delle istituzioni che riuscì ad essere più forte delle rispettive ragioni, fu scritta la nostra Costituzione, furono sanciti i principi e i valori grazie ai quali l’Italia è cresciuta ed è un grande Paese. È nostro dovere non disperdere un patrimonio così grande e prezioso.
Soprattutto pensando alle giovani generazioni, alle ragazze e ai ragazzi come quelli che sono qui stamattina. Guai ad abbassare la guardia, a dire che il razzismo, le discriminazioni etniche, religiose e politiche, siano ormai scomparse. Non è così. Nemmeno nel nostro Paese. E soprattutto negli ultimi tempi abbiamo avuto diversi esempi di questo, purtroppo. Se una donna straordinaria di quasi novant’anni, riemersa dall’abisso più profondo in cui mai l’umanità sia caduta, sopravvissuta ad Auschwitz, è costretta oggi a vivere sotto scorta, allora vuol dire che qualcosa di profondo rischia di lacerarsi, nel nostro tessuto sociale.
Se come lei stessa ha sottolineato intervenendo recentemente in Aula nel suo ruolo di senatrice a vita, i casi di razzismo, sempre più frequenti, troppo spesso vengono “trattati con indulgenza” e “sembrano entrati nella normalità del nostro vivere civile”, mentre si fa sempre più allarmante la diffusione dei linguaggi di odio, sia nella Rete sia nel dibattito pubblico, allora vuol dire che di tempo da perdere non ce n’è più. Dobbiamo tutti – le istituzioni, le scuole, ognuno di noi come cittadino – spendere ogni energia per coltivare il ricordo di quel che accadde e per educare i giovani a riconoscere il valore della tolleranza e del rispetto delle diversità.
E io credo che in tal senso proprio Liliana Segre sia l’esempio, direi l’incarnazione stessa – con il suo continuo richiamo non solo a quel che accadde allora, ma all’intolleranza di questo nostro tempo e al pericolo di quel che può accadere oggi, senza mai indulgere alla commozione o al pietismo – di quell’uso efficace e “attivo” della memoria su cui dobbiamo continuare a puntare con determinazione. Spesso la senatrice Segre insiste nel dire che la cosa più terribile provata sulla propria pelle di bambina è stata l’indifferenza.
E che è proprio questo, anche oggi, il pericolo più grande da evitare: l’indifferenza.
...continua ....

  
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